Cosa dice l’articolo 15 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir)
È possibile beneficiare della detrazione degli interessi passivi per il mutuo prima casa se si viene trasferiti all’estero per motivi di lavoro? A rispondere è stato il Fisco, che ha ricordato quanto stabilito dall’articolo 15 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir). Vediamo dunque quanto previsto dalla norma e quali sono le regole da seguire per poter detrarre dall’imposta lorda l’importo pari al 19 per cento degli oneri sostenuti.
A Fisco Oggi, la rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate, è stato domandato: “Ho acquistato in Italia un immobile da destinare ad abitazione principale contraendo un mutuo per l’acquisto e spostandovi la residenza. A seguito di trasferimento all’estero per motivi di lavoro posso ancora detrarre gli interessi passivi pagati in dipendenza del mutuo?”.
Nel fornire la sua risposta, il Fisco ha ricordato che l’articolo 15, comma 1, lett. b), del Tuir stabilisce che, “in presenza di un mutuo ipotecario contratto per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale e delle sue pertinenze, spetta una detrazione dall’imposta lorda pari al 19 per cento degli interessi passivi e dei relativi oneri accessori. Il diritto alla detrazione non si perde in caso di trasferimento all’estero per motivi di lavoro, avvenuto dopo l’acquisto”.
E ha poi sottolineato che tutto ciò avviene “nel presupposto che siano rispettate tutte le condizioni previste dal predetto articolo 15, comma 1, lett. b), del Tuir, che permangano le esigenze lavorative che hanno determinato lo spostamento della dimora abituale e che il contribuente non abbia acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale nello Stato estero di residenza”. Via libera, dunque, alla detrazione degli interessi passivi per il mutuo prima casa anche nel caso del contribuente trasferito all’estero.
Ma vediamo cosa dice nel dettaglio l’articolo 15, comma 1, lett. b), del Tuir:
Dall’imposta lorda si detrae un importo pari al 19 per cento dei seguenti oneri sostenuti dal contribuente, se non deducibili nella determinazione dei singoli redditi che concorrono a formare il reddito complessivo:
gli interessi passivi, e relativi oneri accessori, nonché le quote di rivalutazione dipendenti da clausole di indicizzazione pagati a soggetti residenti nel territorio dello Stato o di uno Stato membro della Comunità europea ovvero a stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti in dipendenza di mutui garantiti da ipoteca su immobili contratti per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale entro un anno dall’acquisto stesso, per un importo non superiore a 4.000 euro. L’acquisto dell’unità immobiliare deve essere effettuato nell’anno precedente o successivo alla data della stipulazione del contratto di mutuo. Non si tiene conto del suddetto periodo nel caso in cui l’originario contratto è estinto e ne viene stipulato uno nuovo di importo non superiore alla residua quota di capitale da rimborsare, maggiorata delle spese e degli oneri correlati. In caso di acquisto di unità immobiliare locata, la detrazione spetta a condizione che entro tre mesi dall’acquisto sia stato notificato al locatario l’atto di intimazione di licenza o di sfratto per finita locazione e che entro un anno dal rilascio l’unità immobiliare sia adibita ad abitazione principale. Per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente o i suoi familiari dimorano abitualmente. La detrazione spetta non oltre il periodo d’imposta nel corso del quale è variata la dimora abituale; non si tiene conto delle variazioni dipendenti da trasferimenti per motivi di lavoro. Non si tiene conto, altresì, delle variazioni dipendenti da ricoveri permanenti in istituti di ricovero o sanitari, a condizione che l’unità immobiliare non risulti locata. Nel caso l’immobile acquistato sia oggetto di lavori di ristrutturazione edilizia, comprovata dalla relativa concessione edilizia o atto equivalente, la detrazione spetta a decorrere dalla data in cui l’unità immobiliare è adibita a dimora abituale, e comunque entro due anni dall’acquisto. In caso di contitolarità del contratto di mutuo o di più contratti di mutuo il limite di 4.000 euro è riferito all’ammontare complessivo degli interessi, oneri accessori e quote di rivalutazione sostenuti. La detrazione spetta, nello stesso limite complessivo e alle stesse condizioni, anche con riferimento alle somme corrisposte dagli assegnatari di alloggi di cooperative e dagli acquirenti di unità immobiliari di nuova costruzione, alla cooperativa o all’impresa costruttrice a titolo di rimborso degli interessi passivi, oneri accessori e quote di rivalutazione relativi ai mutui ipotecari contratti dalla stessa e ancora indivisi. Se il mutuo è intestato ad entrambi i coniugi, ciascuno di essi può fruire della detrazione unicamente per la propria quota di interessi; in caso di coniuge fiscalmente a carico dell’altro la detrazione spetta a quest’ultimo per entrambe le quote.
La località ligure è terza per prezzo medio d’acquisto nel Mediterraneo
Le coste del Mediterraneo con i suoi panorami mozzafiato e il suo mare cristallino sono tra le mete predilette per chi cerca una casa senza badare a spese. Il real estate del lusso non conosce crisi. Abitare Co., società di servizi immobiliari specializzata nelle nuove costruzioni residenziali, ha svolto un’indagine che alla fine ha individuato 20 località marittime di lusso tra Italia ed estero analizzando il prezzo medio per l’acquisto di un’abitazione o di una villa luxury vista mare
Sul podio delle mete più costose troviamo le francesi Cap Ferrat (18.500 a metro quadro.) e Saint Tropez (16.800) e l’italiana Portofino (15.800). Prezzi che possono raggiungere i 43.500 euro al metro quadro a Cap Ferrat e 38.500 a Saint Tropez per le ville più esclusive vista mare.
Gli acquirenti nelle località più lussuose
Nelle località del Bel Paese più esclusive, la maggior parte di chi acquista un’abitazione è rappresentata da clienti italiani: a Portofino il 65% degli acquisti è effettuato da italiani; a Porto Cervo la quota italiana si attesta al 60%, mentre a Positano sale all’80%. Situazione opposta si registra all’estero, dove la domanda è trainata da acquirenti internazionali: a Cap Ferrat, solo l’8% delle compravendite riguarda residenti locali, contro un netto 92% di clienti stranieri. Dati simili emergono anche a Mykonos (90% di acquirenti stranieri) e Formentera (85%).
Per chi cerca il lusso ma anche il divertimento, Le Baleari con Formentera si posizionano al sesto posto della classifica di Abitare Co. Da anni amatissime da vip e sportivi, le due regine delle Baleari sono tra le mete preferite per l’acquisto di una seconda casa con numeri da record: dai 8.100 euro al metro quadro di Formentera ai 7.700 euro di Ibiza (prezzi medi per un appartamento), sino a oltre 26mila euro al metro quadro per le ville più di lusso. Poi c’è Mykonos, meta evergreen della movida internazionale, dove gli appartamenti hanno un prezzo medio di 6.100 euro. e dove le ville top registrano un prezzo di quasi 24mila euro al metro quadrato.
Guardando a casa nostra, nella classifica troviamo tra le altre Capri al settimo posto parimerito con Amalfi (7.900), Porto Rotondo nona in classifica con 7.800 e Santa Margherita Ligure, al quattordicesimo posto con 6.800.
I negozi si confermano l’investimento più redditizio (12,4%) davanti agli uffici (12 %). I box auto (8,2%) registrano l’incremento più significativo degli ultimi 12 mesi
La redditività lorda dell’acquisto di una casa da destinare alla locazione è aumentata nel secondo trimestre, attestandosi al 9,8%, rispetto al 9,3% registrato alla fine della primavera del 2024. Secondo lo studio realizzato da idealista, portale leader nello sviluppo tecnologico in Italia – la redditività ottenuta è di oltre il doppio rispetto a quella dei rendimenti offerti dai titoli di Stato a 10 anni (3,6%).
Secondo questo studio, che mette in relazione i prezzi di vendita e di affitto delle diverse tipologie immobiliari per calcolare la redditività lorda, i locali commerciali si confermano l’investimento immobiliare più redditizio. Acquistare un negozio in Italia per affittarlo offre una redditività lorda del 12,4%, in aumento rispetto al 12% di dodici mesi fa. Gli uffici offrono un rendimento del 12% (contro il 9,9% di un anno fa), mentre nel caso dei garage la redditività si attesta all’8,2%, in aumento rispetto al 7,6% di giugno 2024.
Tra i capoluoghi italiani, Verbania risulta la più redditizia, con una redditività dell’11%, seguita dalle città di Ragusa (10,7%), Biella (10,4%) e Trapani (10,1%) tutte con crescite a doppia cifra. Tutti gli altri centri crescono sotto la media del 9,8% registrata dopo i mesi primaverili.
Tra i grandi mercati, Palermo segna la performance migliore con una redditività dell’8,6%, segue Torino con il 7,7% Roma con il 6,9% e Napoli con il 6,8%. Milano si ferma al 5,8%. Al contrario, la redditività più bassa spetta a Venezia (2,9%), seguita da Bolzano (4%), e Siena con un 5%.
Locali Commerciali (Negozi)
I locali commerciali si confermano il segmento immobiliare più redditizio in Italia, con punte del 15,8% a Genova, che precede Terni e Varese rispettivamente al 15,6% e 15,5%.
Tra le grandi città è ancora una volta Palermo a primeggiare per ritorni sull’investimento con un rendimento medio del 14%. La segue Torino (14%), Napoli (13,8%) e Roma (13%). Milano (11,8%) si colloca di poco sotto la media dei rendimenti del periodo per questo segmento di mercato. All’estremo opposto, Matera (7,3%), Caserta (8,3%) e Lucca (8,4%) sono i mercati meno performanti.
Uffici
Il rendimento più elevato si ottiene a Roma (11,3%), Perugia (11,1%), Novara (10,2%), Padova e Genova, entrambe per 10,1%. Tra gli altri grandi mercati svetta ancora Palermo (9,7%), davanti a Torino (8%), quindi Napoli (7,2%), mentre Milano si ferma al 6,9%.
Lecce è il mercato in cui la redditività degli uffici è più bassa, con un 5,8%. La parte inferiore della classifica è completata da Rimini e Lucca (entrambe 6,4%) e Bergamo (6,7%). Il mercato degli uffici non è così uniforme come quello di altri settori, per cui risulta impossibile ottenere dati statistici per oltre la metà delle città capoluogo italiane.
Garage I garage, al contrario, rappresentano il prodotto meno redditizio per gli investitori in molte città capoluogo. La redditività più alta si registra a Palermo (7,5%), seguita da Bari (7,2%) e Roma (7,1%). Milano si ferma al 6,4%, Napoli al 3,7, appena sopra il rendimento del BTP decennale.
Metodologia Per la preparazione di questo studio, idealista ha diviso il prezzo di vendita offerto per il prezzo di affitto richiesto dai proprietari nei diversi mercati facendo riferimento agli indici trimestrali di case, locali commerciali, garage e uffici corrispondenti al quarto trimestre del 2022. Il risultato ottenuto è la percentuale lorda di rendimento che un proprietario ottiene per affittare la proprietà. Questi dati facilitano l’analisi dello stato attuale del mercato ed è un punto di partenza di base per tutti quegli investitori che vogliono acquistare beni immobili al fine di ottenere benefici.
I dati dell’Energy Efficiency Report 2025 redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. Importante il ruolo giocato dal patrimonio edilizio nella riduzione dei consumi energetici
Qual è la situazione dell’efficienza energetica in Italia? A fare il punto è l’Energy Efficiency Report 2025, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. Come sottolineato, si tratta di un comparto che nel nostro Paese, negli ultimi decenni, ha visto cambiamenti significativi, in seguito a modifiche delle politiche nazionali e comunitarie, degli incentivi fiscali e dei trend di evoluzione ed adozione delle tecnologie. Ecco quanto emerso e qual è in particolare il ruolo giocato dal settore residenziale.
Efficienza energetica, in Europa l’Italia è al 5° posto
Secondo l’Energy Efficiency Report 2025, nel contesto europeo, l’Italia si posiziona al quinto posto per quanto riguarda l’Energy Intensity Index (EII), l’indice calcolato come il rapporto tra il consumo lordo di energia e il prodotto interno lordo in standard di potere d’acquisto. Ciò dimostra un buon livello di efficienza energetica, superiore alla media dell’Unione europea. Ma, sottolinea il rapporto, è importante notare come l’Italia abbia perso una posizione rispetto al risultato del 2022, ciò suggerisce che, nonostante i progressi a livello di efficienza energetica del Paese, altre nazioni abbiano compiuto passi avanti più rapidi in questo settore.
In particolare, l’Energy Efficiency Report 2025 ha evidenziato che, considerando una prospettiva temporale di dieci anni, la situazione italiana è rimasta sostanzialmente stabile, a differenza di Paesi come Germania, Francia e, in parte, Spagna, che tra il 2014 e il 2023 hanno registrato un sensibile calo dell’EII. Questi Paesi hanno compiuto progressi significativi in termini di efficienza energetica, migliorando i consumi per unità di prodotto o servizio.
Il rapporto ha tuttavia affermato che, in un quadro complessivo, l’Italia mostra un’efficienza energetica superiore alla media europea in tre ambiti chiave: a livello aggregato, nel settore industriale e in quello residenziale. Ci sono però alcune criticità. Nello specifico, il settore terziario evidenzia un EII superiore alla media europea, segnalando una minore efficienza in questo comparto, e nel periodo 2014-2023 il trend di riduzione dell’intensità energetica in Italia è stato più lento rispetto a quello osservato in altri Paesi membri, a indicare una certa difficoltà nell’adozione e nella diffusione di misure di efficientamento su larga scala.
E per il futuro?
L’Energy Efficiency Report 2025 ha spiegato che “un’indicazione di alto livello riguardo al posizionamento dell’Italia in materia di efficienza energetica rispetto al resto d’Europa è fornita dallo Scoreboard europeo sull’efficienza energetica, sviluppato annualmente nell’ambito del progetto Odyssee-Mure, che monitora le performance dei Paesi membri dell’Ue”.
Questo Scoreboard si basa su un indicatore composito costruito a partire da tre sottoindicatori:
livelli di efficienza energetica (Levels), che misurano il livello assoluto di efficienza di un Paese in un dato anno;
trend di miglioramento (Trends), che riflettono l’evoluzione nel tempo dell’efficienza energetica, premiando i Paesi che mostrano progressi significativi;
politiche pubbliche di efficienza energetica (Policies), che valutano l’efficacia e l’ambizione delle misure adottate in ciascun Paese.
Ciascun sottoindicatore assume un valore compreso tra 0 (prestazione peggiore) e 1 (prestazione migliore), ed è pesato in modo uniforme (1/3 ciascuno) per ottenere il punteggio complessivo del Paese.
Nel contesto europeo, ha evidenziato il rapporto, “l’Italia si colloca al 20° posto sui 27 Stati membri per performance complessiva in materia di efficienza energetica, guadagnando due posizioni rispetto alla classifica del 2023. Il miglioramento resta modesto, frenato in particolare dal punteggio attribuito al trend storico dei consumi, che, pur avanzando di una posizione (dal 21° al 20° posto), continua a rappresentare uno degli elementi più critici. Anche sul fronte del quadro normativo, l’Italia mostra segnali poco incoraggianti: il Paese scivola infatti al 19° posto, segnando un peggioramento rispetto all’anno precedente. Questi dati, rilevati dal progetto europeo Odyssee-Mure, evidenziano come l’Italia debba ancora rafforzare in modo deciso tanto le politiche attuate quanto il ritmo di miglioramento strutturale”.
L’andamento degli investimenti in efficienza energetica in Italia
L’Energy Efficiency Report 2025 ha anche analizzato l’andamento degli investimenti in efficienza energetica in Italia. Secondo quanto emerso, nel 2024 gli investimenti complessivi in efficienza energetica in Italia si sono attestati tra 58 e 66 miliardi di euro, in linea con i livelli dell’anno precedente, ma con una ristrutturazione interna nella distribuzione settoriale degli interventi.
Il settore residenziale e il ruolo giocato dal superbonus
A farla da padrone nel 2024, come nel 2023, è stato il settore residenziale. E questo, “nonostante un’evidente decrescita imputabile alla riduzione delle aliquote del superbonus”. Nel corso degli ultimi quattro anni, il settore residenziale è stato fortemente influenzato dal superbonus, che tra il 2021 e il 2023 ha rappresentato oltre il 60% degli importi supportati dai bonus edilizi. Questo incentivo ha dato un forte impulso agli investimenti, ma la sua progressiva riduzione ha avuto un impatto significativo, determinando un calo della domanda nell’ultimo anno.
Il rapporto ha allo stesso tempo sottolineato che, a seguito dell’introduzione del superbonus, nel triennio successivo gli importi erogati tramite ecobonus e bonus casa si sono ridotti del 52%, mentre il superbonus è cresciuto del 54%, andando in parte a sostituirli. Uno spostamento delle risorse che ha modificato la distribuzione dei finanziamenti nel comparto residenziale, influenzando l’evoluzione del mercato dell’efficienza energetica.
Nel complesso, il rapporto ha evidenziato che nel tempo gli investimenti residenziali sono risultati in calo, ma ancora predominanti. Nel 2024, infatti, quasi il 50% degli investimenti in efficienza energetica si è concentrato nel settore residenziale, nonostante questo settore sia stato fortemente influenzato dalla riduzione del superbonus, che ha determinato un calo significativo rispetto agli anni precedenti.
Gli scenari futuri
In conclusione, nel contesto della pianificazione energetica al 2030, il rapporto ha tratteggiato tre possibili scenari di evoluzione degli investimenti in efficienza energetica, costruiti tenendo conto di variabili di natura normativa, economica e sociale: uno scenario conservativo, uno coerente con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) e uno orientato agli obiettivi europei.
Lo scenario conservativo
Nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima viene illustrato uno scenario di evoluzione dei consumi energetici basato sul mantenimento delle politiche vigenti. Secondo questo scenario, in assenza di nuovi strumenti di supporto come incentivi economici o finanziamenti dedicati, la riduzione complessiva dei consumi di energia finale rispetto ai livelli del 2022 sarà limitata a circa 0,5 Mtep entro il 2030. Tale risultato si tradurrebbe in un valore complessivo di consumi energetici ancora significativamente distante dall’obiettivo europeo di 93 Mtep, evidenziando così l’insufficienza dell’attuale quadro normativo a guidare una vera transizione energetica.
Nello scenario conservativo, nel periodo 2024-2030, gli investimenti in efficienza energetica nei settori dell’industria, residenziale, terziario e pubblica amministrazione mostrano una crescita progressiva, pur in assenza di nuove politiche di incentivazione. Questo scenario riflette un contesto in cui le scelte di investimento vengono effettuate esclusivamente sulla base delle condizioni attuali, senza l’introduzione di ulteriori meccanismi di sostegno per l’utente finale. In questo contesto, il settore residenzialeemerge come il principale motore degli investimenti cumulati, contribuendo in misura significativa al totale. Tuttavia, il volume complessivo degli investimenti resta insufficiente per raggiungere i target europei al 2030, a conferma della necessità di un rafforzamento delle politiche di supporto alla transizione energetica.
Lo scenario coerente con gli obiettivi del Pniec
Per conseguire gli obiettivi fissati dal Pniec, i consumi finali di energia dovrebbero ridursi progressivamente fino a 102 Mtep entro il 2030, grazie all’implementazione delle misure già adottate e di quelle attualmente pianificate. In questo scenario, il settore dei trasporti e quello residenziale sono chiamati a fornire il contributo più significativo alla riduzione complessiva dei consumi, mentre per i comparti industriale e terziario si prevede una diminuzione più contenuta.
Lo scenario Pniec presenta una crescita costante degli investimenti cumulati nei principali settori coinvolti, con un incremento stimato da 62,3 miliardi di euro nel 2024 fino a 242,5 miliardi nel 2030. I settori residenziale e terziario si configurano come i principali motori di questa dinamica, mentre l’industria segue un percorso di crescita più moderato.
La progressione degli investimenti presuppone un quadro di politiche stabili e ben pianificate, in grado di sostenere nel tempo l’attuazione degli interventi. Al 2030, gli investimenti nel settore residenziale risultano superiori rispetto a quelli di tutti gli altri ambiti, evidenziando un orientamento deciso verso la decarbonizzazione del patrimonio edilizio e l’efficientamento energetico degli edifici esistenti.
Lo scenario obiettivi Ue
Per allinearsi pienamente agli obiettivi energetici dell’Unione europea, l’Italia dovrebbe ridurre i propri consumi finali di energia a 93 Mtep entro il 2030. Si tratta di un target ambizioso, già riconosciuto dal Pniec come non conseguibile attraverso le sole misure attualmente previste o attuate. Secondo le stime del Pniec, i settori chiamati a contribuire in misura maggiore a questa decrescita sono residenziale, trasporti e industria, mentre i comparti terziario e Pa mantengono volumi più stabili o mostrano lievi riduzioni.
Lo scenario prevede un forte incremento degli investimenti cumulati, che passano da 62,1 miliardi di euro nel 2024 a 308,1 miliardi nel 2030. A trainare questa crescita sono principalmente i settori residenziale – in particolare per effetto degli obiettivi imposti dalla direttiva europea Epbd – e terziario, mentre gli investimenti in industria e Pa crescono in misura più contenuta. L’andamento degli investimenti suggerisce un’accelerazione significativa a partire dal 2027, anno in cui si ipotizza l’attivazione di ulteriori strumenti di supporto, soprattutto nel settore residenziale, visto l’avvicinarsi dei target al 2030 e il recepimento della Epbd richiesto entro maggio 2026. In questo comparto, infatti, si prevede un impegno complessivo pari a circa 170 miliardi di euro entro il 2030, a conferma del ruolo centrale degli edifici nella strategia di decarbonizzazione europea.
Monolocali +4,7%, bilocali +5%, trilocali +5,1%. Aumenti record a Bari, Bologna e Roma
Il mercato degli affitti continua a crescere in tutta Italia. Lo conferma l’ultimo report dell’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, che ha analizzato l’andamento delle locazioni residenziali nella seconda metà del 2024. I dati mostrano aumenti generalizzati: i canoni sono saliti del 4,7% per i monolocali, del 5% per i bilocali e del 5,1% per i trilocali rispetto al semestre precedente.
La spinta della domanda e la scarsità dell’offerta
A trainare la crescita dei canoni è una domanda sempre più sostenuta, composta da persone che non riescono ad accedere al credito, da chi preferisce non acquistare e da studenti o lavoratori in mobilità. Allo stesso tempo, l’offerta si riduce: molti proprietari temono problemi di morosità e preferiscono evitare di affittare a lungo termine. Nelle città turistiche, inoltre, una quota importante di abitazioni continua a essere destinata agli affitti brevi, riducendo ulteriormente le disponibilità per il mercato residenziale. In città come Milano, dove il mercato degli short rent è ormai saturo, si assiste a un ritorno al canone concordato.
Le città dove gli affitti salgono di più
Gli aumenti più marcati si registrano a Bari, dove i monolocali hanno visto un’impennata del 10,5%, i bilocali del 9,9% e i trilocali dell’8,4%. Anche Bologna ha mostrato forti incrementi, con un aumento del 2,3% per i monolocali, del 4,2% per i bilocali e addirittura dell’8,5% per i trilocali. Nella Capitale, dove si avvertono già gli effetti del Giubileo, i canoni sono aumentati del 4,8% per i monolocali, del 5,2% per i bilocali e del 5% per i trilocali.
Crescita significativa anche a Torino, che registra +5,7% sui monolocali, +4,9% sui bilocali e +4,7% sui trilocali. A Napoli, l’aumento è uniforme: +4,9% per i monolocali, +4,6% per i bilocali e +4,8% per i trilocali. Palermo segue con incrementi del 4,9% sui monolocali, 4,7% sui bilocali e 3,1% sui trilocali.
Più moderata la crescita a Firenze, dove i monolocali aumentano del 3,4%, i bilocali del 5,8% e i trilocali del 5,2%. A Genova, gli aumenti sono del 4,4% per i monolocali, del 3,6% per i bilocali e del 4,3% per i trilocali. Anche Verona mostra una tendenza simile: +4,1% per i monolocali, +4,6% per i bilocali e +3,9% per i trilocali. Infine, Milano, pur restando la città con i canoni più alti, registra aumenti più contenuti: +2,3% per i monolocali, +2,1% per i bilocali e +2,7% per i trilocali.
Milano resta la città con gli affitti più cari
Nonostante gli aumenti moderati, Milano si conferma la città più costosa per gli affitti. Nel secondo semestre del 2024, un monolocale costa in media 832 euro al mese, un bilocale arriva a 1.158 euro e un trilocale tocca i 1.565 euro mensili.
Segue Roma, dove un monolocale si affitta a 687 euro, un bilocale a 895 euro e un trilocale a 1.125 euro. A Firenze, i canoni medi sono di 660 euro per i monolocali, 820 euro per i bilocali e 981 euro per i trilocali. Molto simili i dati di Bologna, con 663 europer i monolocali, 810 euro per i bilocali e 982 euro per i trilocali.
A Napoli, i prezzi sono più contenuti: circa 506 euro per un monolocale, 702 euro per un bilocale e 881 euro per un trilocale. A Verona, si spendono in media 504 euro per un monolocale, 669 euro per un bilocale e 811 euro per un trilocale.
Torino si mantiene su livelli più accessibili: 381 euro per un monolocale, 503 euro per un bilocale e 645 euro per un trilocale. A Genova, i monolocali si affittano a 358 euro, i bilocali a 479 euro e i trilocali a 564 euro. A chiudere la classifica c’è Palermo, con 353 euro per un monolocale, 471 euro per un bilocale e 564 euro per un trilocale. Anche Bari, nonostante l’impennata degli ultimi mesi, si mantiene su livelli medi: 461 europer i monolocali, 602 euro per i bilocali e 720 euro per i trilocali.
Una crescita costante da dieci anni
Nel lungo periodo, l’aumento degli affitti è ancora più evidente. Negli ultimi dieci anni, infatti, i canoni di locazione sono saliti in media del 41,7% nelle grandi città e del 26,6% nei capoluoghi di provincia.
Contratti più brevi e motivazioni diverse
Si riduce leggermente la quota di contratti stipulati per scelta abitativa, che passa dal 61,2% al 60,2%, mentre aumenta quella relativa a chi si sposta per motivi di lavoro, passata dal 26% al 28,7%. In crescita anche i contratti transitori, scelti dal 33,4% degli inquilini e sempre più apprezzati dai proprietari, che li preferiscono alle locazioni di lunga durata per la loro maggiore flessibilità.
Chi sogna una fuga estiva tra mare cristallino o paesaggi di montagna dovrà prepararsi a mettere mano al portafoglio. Secondo un’indagine condotta da Maiora Solutions, società milanese specializzata in analisi di mercato e intelligenza artificiale, i prezzi degli affitti turistici per la settimana di Ferragosto 2025 sono in forte aumento nelle principali località italiane. Vediamo quali sono le località più opzionate (e care) d’Italia.
Lo studio ha esaminato centinaia di annunci su Airbnb e Booking.com per stimare il costo reale di un soggiorno settimanale, dal 10 al 17 agosto, in cinque delle mete più ambite del Paese: Castiglione della Pescaia, San Teodoro, Polignano a Mare, Cefalùe Ortisei. I risultati parlano chiaro: in media, una famiglia dovrà spendere tra i 1.850 euro di Cefalù e i 3.088 euro richiesti a Ortisei, nelle Dolomiti.
La montagna batte il mare (sul prezzo)
Contro ogni aspettativa, è la montagna ad aggiudicarsi il primato dei costi più alti. Ortisei, in Val Gardena, supera infatti i 3.000 euro settimanali, evidenziando come la richiesta per le vacanze alpine stia crescendo anche in estate. Seguono San Teodoro, in Sardegna, con 2.645 euro, e Castiglione della Pescaia, in Toscana, a quota 2.448 euro.
Più accessibili, invece, le destinazioni del Sud: Polignano a Mare si attesta sui 2.074 euro, mentre Cefalù rimane la più economica tra le località analizzate, con una media di 1.852 euro.
Sui prezzi è sfida tra piattaforme di affitti
L’analisi di Maiora Solutions ha calcolato la media tra le mediane dei prezzi settimanali pubblicati dalle due piattaforme, escludendo ville di lusso e annunci estremi. Emerge un dato significativo: Airbnb risulta mediamente più convenienterispetto a Booking.com, soprattutto nelle località più costose.
Il divario è evidente in Trentino-Alto Adige: a Ortisei, una casa vacanza costa 2.400 euro su Airbnb, ma sale a 3.775 euro su Booking. Simile la situazione a Castiglione della Pescaia, dove si passa da 2.066 euro (Airbnb) a 2.829 euro (Booking).
I costi nel dettaglio (media settimanale)
Ecco in breve quali sono i prezzi medi settimanali delle località analizzate da Maiora Solutions:
Località
Mediana Airbnb (€)
Mediana Booking (€)
Media settimanale (€)
Ortisei (Trentino-Alto Adige)
2.400
3.775
3.088
Castiglione della Pescaia (Toscana)
2.066
2.829
2.448
San Teodoro (Sardegna)
2.531
2.759
2.645
Polignano a Mare (Puglia)
2.028
2.120
2.074
Cefalù (Sicilia)
1.717
1.987
1.852
L’esperto: “Prenotare prima è l’unico vero risparmio”
«L’estate 2025 si preannuncia costosa e affollata – spiega Andrea Torassa, co-fondatore di Maiora Solutions –. Quando si cerca una casa vacanza, molti guardano al prezzo per notte o agli annunci più economici, ma per trovare soluzioni di qualità, con buone recensioni e in posizioni strategiche, serve ben altro budget».
Secondo Torassa, il modo più efficace per contenere i costi resta prenotare con largo anticipo e confrontare più piattaforme, tenendo conto non solo del prezzo, ma anche del rapporto qualità-prezzo.
In sintesi, anche quest’anno il consiglio è chiaro: chi prima prenota, meno spende. Ma, per molti, il “sogno italiano” d’agosto rischia di trasformarsi in un lusso non alla portata di tutti.
Ecco come aumentano le buste paga nel 2025 per effetto dell’applicazione dei bonus fiscali ai lavoratori dipendenti
Nel 2025 sono previste diverse misure per i lavoratori dipendenti, tra cui il bonus Irpef, altrimenti conosciuto come trattamento integrativo, il nuovo taglio del cuneo fiscale e possibili fringe benefit. Per ottenere le agevolazioni fiscali, in genere i lavoratori subordinati non devono presentare alcuna domanda.
Per esempio l’importo dello sgravio derivante dal taglio del cuneo fiscale viene accreditato direttamente al lavoratore dal datore di lavoro. Per il 2025, l’erogazione avviene nel mese di giugno o nelle successive mensilità, ma non oltre il conguaglio. Ecco, dunque, quali sono gli elementi per fruire del bonus dipendenti 2025.
Nel 2025 sono a disposizione varie agevolazioni fiscali a favore dei lavoratori dipendenti. In primis, il taglio del cuneo fiscale che, nello scorso anno consisteva in una misura di sgravio dei contributi previdenziali, è stato del tutto rivisto per quest’anno dalla nuova legge di Bilancio.
Alla misura, si aggiunge la conferma delle tre aliquote dell’Imposta dei Redditi delle Persone Fisiche (Irpef) e qualche novità in tema di trattamenti integrativi per chi ha redditi fino a 28.000 euro.
Di continua evoluzione è il sistema dei premi aziendali, per i quali il governo ha confermato la riduzione percentuale dell’aliquota sostitutiva da 10 a 5 punti, e le soglie differenziate per l’esenzione fiscale dei beni in natura erogati dal datore di lavoro a titolo di fringe benefit.
Cosa cambia in busta paga nel 2025
Concentrando l’attenzione sulle novità per i dipendenti in tema di Irpef, prosegue nel 2025 il lavoro del governo per rimodulare gli scaglioni di reddito mediante la riduzione delle aliquote al:
23% per i redditi fino a 28.000 euro;
35% per i redditi da 28.001 a 50.000 euro;
43% per i redditi superiori a 50.000 euro.
Pertanto, il governo conferma la riduzione da quattro a tre degli scaglioni di reddito ai quali corrispondono altrettante aliquote fiscali. Di conseguenza, cambia anche la busta paga considerando che il primo grande scaglione ha accorpato anche il precedente secondo scaglione, mentre è stata soppressa la seconda l’aliquota del 25%, spettante in precedenza ai redditi da 15.001 a 28.000 euro.
Bonus dipendenti, come si calcola l’Irpef 2025
Il secondo e terzo scaglione, inoltre, sono rimasti invariati rispetto alla precedente formulazione delle aliquote Irpef. Per effetto della modifica, l’Irpef corrisponde:
al 23% del reddito fino a 28.000 euro per i contribuenti del primo scaglione;
a 6.440 euro più il 35% della quota di reddito che supera la soglia di 28.000 euro del reddito prodotto per i contribuenti del secondo scaglione;
a 14.140 euro più il 43% del reddito che eccede i 50.000 euro per chi rientri nel terzo scaglione.
Quali sono le novità per gli IRPEF dipendenti nel 2025
Per effetto del nuovo sistema di aliquote e scaglioni ai fini del versamento dell’Irpef, i lavoratori dipendenti possono fare affidamento su un mutato quadro anche delle detrazioni fiscali, considerando che la no tax area ha raggiungo la soglia di 8.500 euro. Da questo punto di vista, il bonus ai lavoratori dipendenti del 2025 deriva dall’applicazione delle detrazioni fiscali, per il cui calcolo è utile considerare che:
fino a 15.000 euro di reddito, l’importo della detrazione fiscale è stato aumentato a 1.955 euro rispetto ai 1.800 euro del 2024;
da 15.001 a 28.000 euro di reddito, l’importo della detrazione deriva dall’operazione 1.910 + 1.190 x [(28.000 – reddito) / (28.000 – 15.000)];
da 28.001 a 50.000 euro di reddito, l’importo della detrazione deriva dalla formula 1.910 x [(50.000 – reddito) / (50.000 – 28.000)];
oltre 50.000 euro non spetta alcuna detrazione fiscale.
Detrazioni fiscali sulla prima casa 2025, come funzionano
È bene ricordare che, ai sensi del comma 6 bis dell’articolo 13 del DPR 917 del 1986 (TUIR), per la determinazione dell’ammontare delle detrazioni, il reddito complessivo deve essere considerato al netto del reddito derivante dall’unità immobiliareconsiderata come abitazione principale, comprese le relative pertinenze.
Trattamento integrativo bonus dipendenti, cos’è
L’innalzamento della soglia di no tax area insieme al nuovo sistema delle detrazioni fiscali, determinano anche una nuova disciplina in merito al trattamento integrativodi cui al primo periodo, comma 1, dell’articolo 1, del decreto legge n. 3 del 2020, convertito nella legge 21 del 2020. Il provvedimento fornisce una nuova disciplina e apporta novità al Bonus Renzi.
Per i dipendenti con redditi da 8.501 a 15.000 euro, il riconoscimento del trattamento integrativo è subordinato al fatto che l’imposta lorda dovuta ai fini dell’Irpef sia inferiore al totale delle detrazioni fiscali spettanti, diminuita di un importo pari a 75 euro.
Calcolo trattamento integrativo 2025: la riduzione
La riduzione serve a neutralizzare l’incremento dell’importo della detrazione fiscale per i redditi da lavoro alle dipendenze e assimilati, in modo da ricomprendere dipendenti che, altrimenti, sarebbero rimasti esclusi dalla fruizione del trattamento integrativo.
Questa formula di bonus spetta anche ai dipendenti con redditi da 15.001 a 28.000 euro, purché la somma delle detrazioni fiscali sia di importo superiore all’imposta lorda.
L’importo del trattamento integrativo spetta per intero, a 1.200 euro all’anno, corrispondente a circa 100 euro al mese, a chi percepisce redditi tra 9.000 e 15.000 euro, riducendosi proporzionalmente per importi di reddito superiori e non eccedenti i 28.000 euro.
Bonus dipendenti, come funziona l’esonero contributivo 2025
Il comma 4 della legge di Bilancio 2025 ha rivisto totalmente il meccanismo del cuneo fiscale, introducendone uno nuovo a favore dei lavoratori dipendenti. Infatti, al posto del bonus Inpsai dipendenti nella formula dell’esonero contributivo come avveniva nei precedenti anni (0,8% e 2% del governo Draghi, 6% e 7% del governo Meloni come taglio dei contributi a carico dei lavoratori dipendenti), per il 2025 si prevede uno sconto fiscale modellato sui redditi:
da 0 a 20.000 euro;
da 20.001 a 32.000 euro;
da 32.001 a 40.000 euro, con soglia innalzata rispetto ai 35.000 euro del 2024.
Bonus dipendenti 2025, redditi da 0 a 40.000: come funziona
L’effetto del nuovo corso del cuneo fiscale per aumentare il reddito netto consiste in un importo riconosciuto a seconda del reddito di lavoro alle dipendenze percepito. In particolare, riguardo alla prima fascia di reddito da 0 a 20.000 euro, i lavoratori fruiscono di un contributo da determinare alla percentuale del:
7,1% per redditi non superiori a 8.500 euro;
5,3% per redditi da 8.501 a 15.000 euro;
4,8% per redditi da 15.001 a 20.000 euro.
Gli importi dei contributi destinati a questa fascia di reddito variano da circa 40 euro al mese (480 euro all’anno) a 80 euro al mese, pari a poco più di 950 euro all’anno. Per i redditi superiori a 20.000 euro, la legge di Bilancio 2025 non riconosce un contributo, ma una detrazione di imposta di importo fisso, pari a 1.000 euro all’anno, a prescindere dall’ammontare esatto di reddito all’interno del range.
Bonus dipendenti con figli, dal 2025 detrazione di 950 euro
Per i dipendenti con redditi da 32.001 a 40.000 euro il bonus 2025 consiste sempre in una detrazione di imposta, ma non più di importo fisso. Infatti, la detrazione decresce al crescere della soglia di reddito fino ad annullarsi per redditi superiori a 40.000 euro. Quantificando il beneficio fiscale si può stimare che, in prossimità della soglia di 36.000 euro, l’importo della detrazione è di circa 460 euro.
Attenzione a un’altra novità del 2025 contenuta nella legge di Bilancio. Infatti, il comma 11, lettera c) prevede il riconoscimento al lavoratore dipendente di una detrazione d’imposta fissa e pari a 950 euro per ogni figlio da 21 a 30 anni non compiuti (o compiuti se disabile), compresi i figli:
nati fuori dal matrimonio purché riconosciuti;
adottivi, affiliati o affidati;
conviventi del coniuge deceduto.
Mancato esonero contributivo 2025, chi ci perde
Peraltro, è da osservarsi che la mancata riproposizione nel 2025 dell’esonero contributivo IVS per i lavoratori dipendenti nelle stesse modalità degli ultimi due anni, ovvero di uno sgravio dei contributi previdenziali da versare all’Inps a carico del lavoratore simile a quello del c.d. Bonus Maroni, ha determinato un gap a chi percepisce redditi alle dipendenze e assimilati tra 8.500 euro (soglia di no tax area) e i 9.000 euro.
Infatti, per questi lavoratori la riduzione dell’aliquota contributiva del 2024 aveva determinato dei vantaggi in termini di redditi imponibili ai fini Irpef e la perdita, per il 2025, del contributo integrativo di 1.200 euro annuo. Per questi lavoratori, il ministero delle Finanze prevede un’attenta valutazione per risolvere la situazione.
Bonus dipendenti 2025, come richiederlo
È utile conoscere le modalità di fruizione di questo bonus fiscale per i dipendenti. Infatti, il datore di lavoro, nel caso in cui conosca la situazione del dipendente, applica in automatico il taglio del cuneo fiscale in busta paga senza aspettare le attestazioni del lavoratore.
La procedura è simile a quella per la corresponsione del bonus dipendenti 2025 nella formula del taglio del cuneo fiscale. È, infatti, il datore di lavoro che accredita in automatico l’importo spettante senza che ci sia bisogno della presentazione di un’apposita domanda da parte del lavoratore per la richiesta espressa del taglio fiscale.
La procedura è differente rispetto a quella relativa al trattamento integrativo in merito al bonusdipendenti del 2025 e a come richiederlo. Il dipendente, infatti, può non accettare l’applicazione del vantaggio fiscale in busta paga.
Come vedere in busta paga il bonus dipendenti 2025
La circolare numero 4/2025 dell’Agenzia delle Entrate ha emanato le istruzioni operative del bonus dipendenti del 2025 e di come richiederlo. La procedura riguarda, in particolare, i datori di lavoro in qualità di sostituti d’imposta, chiamati ad adeguare le buste paga alla normativa sul bonus dipendenti.
A tal proposito, si legge ancora nella circolare, chi non avesse provveduto all’adeguamento è tenuto a farlo nel primo periodo di paga utile, corrispondente al cedolino della mensilità di giugno 2025. La non corretta applicazione del bonus dipendenti privati nelle buste paga del 2025 rispetto a quanto prevede la legge di Bilancio comporterebbe il pagamento degli arretrati spettanti.
Bonus 2025 ai dipendenti pubblici, quando arriva
Per quanto concerne i dipendenti pubblici, nel cedolino NoiPa di giugno 2025 sono stati riconosciuti i benefici fiscali spettanti per le mensilità da gennaio a maggio 2025. I relativi rimborsi riportano i codici:
E11 – Credito articolo 1, comma 4, legge 207/2024, corrispondente al bonus;
E12 – Ulteriore detrazione articolo 1, comma 6, legge 207/2025 per l’ulteriore detrazione.
Il bonus dipendenti pubblici delle restanti mensilità può essere letto sul cedolino NoiPa nella sezione “Altri assegni”, con la dicitura “Bonus articolo 1, comma 4, legge 207/24”, insieme alla dicitura “Ulteriore Detrazione Articolo 1, comma 6, Legge 207/24”.
Tassazione bonus dipendenti 2025, in cosa consiste
La legge di Bilancio di quest’anno proroga fino a tutto il 2027 la riduzione dei punti percentuali di imposta sostitutiva dei premi di risultato e delle formule di partecipazione agli utili di impresa dei dipendenti. Pertanto, l’aliquota si riduce temporaneamente dal 10 al 5%.
Si confermano le soglie differenziate per l’esenzione fiscale di beni in natura erogati dai datori di lavoro come fringe benefit. I limiti da rispettare sono pari a:
2.000 euro a titolo di bonus per i dipendenti con figli per il 2025;
1.000 euro per i dipendenti senza figli.
Bonus bollette dipendenti 2025, quando si applica
Tra le novità di quest’anno, la legge di Bilancio introduce l’esenzione fino a 5.000 euro all’anno a titolo di rimborso dei canoni di locazione e delle spese di manutenzione per i lavoratori che spostino la propria residenza a più di 100 km di distanza dalla precedente.
Per richiedere l’incentivo è necessario avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato e un reddito inferiore a 35.000 euro. Si prevede, infine, un rimborso sulle spese del 2025 per le bollette dei dipendenti, quale misura straordinaria già inserita nella legge di Bilancio dello scorso anno e confermata in quella di quest’anno.